For whom do the birds sing if not for you?
domenica 19 maggio 2013
Rhapsody IV\
E di nuovo qualcosa che m'assale al centro del giorno, al centro dell'universo che è la mia piccola rpigione, sto qui tra queste quattro mura terribili che non mi ricordano che sofferenza e pazzia, vorrei evadere in un mondo più sereno dal ritmo meno serrato, mi sento correre al rallentatore ed il mondo guizza senza di me, mi scivola tra le mani io non riesco a tenere niente perché la mia presa non stringe e le mie braccia scarnificate non reggono neanche l'aria. Baudelaire ha le braccia a pezzi per aver abbracciato il cielo, io le ho a pezzi e basta. C'è odore di acredine nell'aria, c'è odore di aria stagnante, di brutte cose che mi fanno regredire e divento un bambino dalla schiena arcuata, rannicchiato con l'aria sognante a balbettare le proprie visioni. Non vedo una via d'uscita, non so come uscire da questa gabbia terrificante e magnifica, io non mi sento padrone di me stesso, mi sento a volte anzi nemico di me, segretamente cospiro contro le mie belle disposizioni di facciata, in cui non investo alcuna energia. Non ne ho più. A volte mi sento come se fossi sfiancato, sfinito, non ho la forza di inseguir nessuno e fingo d'esser fiore quando sono un'ape. E gioco a mentirmi, a mentire agli altri, e non sono né sereno né equilibrato, le cose mi sconvolgono senza ragione, mi lasciano basito e spento. Non trovo un filo a questa grossa matassa, non trovo un senso alle foglie, non un senso alle mie dita. Son solo. Son solo e la cosa mi lascia imperturbabile quando altre cose come il volo di un pettirosso mi ammalia. E io non ho idea di cosa dovrei fare, o cosa sarebbe giusto fare, vorrei una strada con un cuore, una via da seguire che non sia tutta mia perché questo mondo così vasto e così pieno di scelte mi spaventa, perché non mi fido di me, del mio sacro giudizio, della mia bella testa. Ho gli occhi come addossati a una parete. Come secchi. E respiro col minimo d'aria richiesta perché temo di sprecar fiato, e la gente che si inzacchera le mani e che sanguina e che glie piace la fica quasi sembra più comprensibile di me. E io non so proprio cosa fare. Non so che cosa fare. So quello che dovrei fare, ma non riesco a farlo. E non so cosa devo fare per riuscire a fare quello che dovrei fare. "Mi metto lì e lo faccio" non basta più, perché ho il cervello che va per le sue, l'ansia, le distrazioni, soprattutto queste impressioni atemporali in cui mi sembra d'aver già vissuto tutto. O il vedermi le mani come le mani di un estraneo, o il ricordare prima del tempo. Borges scrive d'altri a cui sia già successo, ed a lui stesso successe. Ma non capisco cosa voglia stare a significare. Il mondo oggi cita mie frasi, usa le mie parole peculiari, desuete sulle bocche altrui ed invece copiosamente elargite dalla mia. E quindi non capisco, "sbroccano", mettono il "turbo" (fa così anni '90), oppure "la vita è strana" e "il mondo è strano", e uno non capisce che cosa significhi questo perché io vorrei solo un porto a cui approdare e non fregarmene più di un cazzo, e vorrei fregarmene di tutto e stare in mare aperto con la marea alta e non percepire le distanze e sentirmi esiliato da un mondo che non capisco ed invece sto qui in mezzo al mare in secca a parlare con gente che magari mi piace di cose del quale non mi strafrega un cazzo, e vorrei solo cambiare e cambiare e cambiareperché forse non ho mai accetatto un cazzo di me non ho accettato d'essere un indeciso finocchio di merda che preferisce giocare d'astuzia piuttosto che mettersi in gioco e pure quando si mette in gioco non resta che un indeciso finocchio di merda che preferisce giocare d'astuzia piuttosto che mettersi in gioco che tuttavia s'è messo in gioco. E allora io vomito e vomito perché questa vita mi nausea in una maniera che non ha confini e questo è un disagio tremendo ed il cielo è un manto grigio bucato in un punto in lontananza che s'allontana e si perde e i nuvoloni son grossi e uno dovrebbe esser forte ma ha le palle piene d'esser forte perché io non sono forte e non mi va, non mi va, non mi va di adattarmi al cambiamento, non so neanche in che verso giri 'sta roba, la gente con la voce sicura di sé spacca e la mia a volte è supplichevole anche nei saluti ed io non faccio che notare tutte le mie cazzo di debolezze e ho la memoria talmente ritardata che scordo le mie forze ed il cuore mi si frantuma in questo momento perché ho il timore di perdere tutto e che non vi sia per me un lieto fine anche quando io segretamente spero che l'universo sia così clemente da concedermelo ma io davvero non vedo proprpio come potrebbe arrivare perché io non so che cosa dovrei fare e sono così perso e così desolato, sono così perso e così desolato per favore aiuto.
mercoledì 15 maggio 2013
Rhapsody of a Saint, III
Sto in questa camera dai muri dipinti di mare in secca, una impronta d'energia nell'energia, macchia vaga nell'esistere immenso. C'è una poesia nel sangue e nella dipartita da cui non ci si può affrancare, ed io scrivo per contrastare questo mio istinto di distruzione che - tiranno mordace - ogni tanto si gonfia nella marea, nei vuoti tra le stelle, e minaccia scacco.
Organizzare un discorso sensato in questo momento è una utopia che non mi concedo il lusso di blandire, scrivo per scrivere - belle parole per belle lettere - batto sui tasti senza riflettere e senza correggere, coscienza che non ha senso ed è giusto così. Questo dovrebbe essere un primo post ed io nell'iniziar le cose metto impeto e poca scienza. A volte penso d'esser così in tutto, di proceder per scoppi piuttosto che per passi, astro in cerca del proprio ritmo e la propria fulgente dimensione. Nei giorni migliori eterodosso e ridente, mutevole come le spire rosse della luna, ho occhi psichedelici che malgiudicano la profondità.
Forse è così che dovrei fare - produrre senza riposo valanghe di lettere, e poi per sottrazione, labor limae, lasciar che il filo emerga da sé. C'è qualcosa nella gente che non ho ancora capito, c'è qualcosa nella superficie delle cose che non ho inteso e che m'affascina. Credo che la via giusta sia quella di mezzo, dove l'erba cresce perché non è stata battuta, e che il genio nasce dallo sposalizio di sfere lontane, di ambiti di studio che non si son mai guardati in faccia. Prendete quella bell'anima di Escher, studiò Carpenteria e Pianoforte, disegnare quel che disegnò dovette sembrargli addirittura normale.
C'è qualcosa nei sogni che mi turba profondamente. Il miracolo della creazione, ogni giorno sperimentato e mai rivelato. L'impossibile momento tra la veglia ed il sonno, tra l'incoscienza ed il sogno. Scrivo forse senza grazia, senza il tatto gentile di chi come me le cose le maneggia in punta di dita e s'avvicina in punta di piedi, una volta ne sarei stato capace. Non ho più guanti di seta e acqua nelle vene, ma ossa di giada, e sangue d'un vermiglio che stride e prega alla vita la vita. E bisogna sognare in grande, credersi forti e titani e dei d'una civiltà futura e ciclica. E credere d'aver qualcosa d'offrire a questo mondo dove tutto sembra già stato inventato e già detto. C'è questo pensiero che mi perseguita da qualche mese: Ideare qualcosa, un nuovo codice di colori ad esempio, per far sì che tutto quello che è stato prima venga rivalutato sotto nuova luce. Descrivere un certo arancio (ma non gli altri) come simbolo d'un paradiso indefesso, frenetico, santificherebbe a ragione ogni candela mai accesa, e magari getterebbe da loro un ponte verso chi sa cos'altro, piumaggi esotici o certe scottature da sole. E si intuirebbe il nesso, s'intuirebbero le sotterranee rispondenze che si van cercando.
Un senso questa vita mi riepeto che l'abbia, nonostante l'umidità che filtra nella carne e le foglie che ingialliscono senza un grido, nonostante i dinosauri estinti, le guerre tra paesi e le ripicche tra fratelli.
Il segreto della felicità è la sicurezza in sé stessi, ma come si fa a vivere in un mondo dove ognuno ti mette in discussione? E se tu ti mettessi in discussione non troveresti che nuovi dubbi, ancora, di nuovo, bisogna essere equilibristi e sapersi infrangere sugli scogli senza per questo soffrire. Mettersi in discussione tanto quanto si dubita dell'opinione altrui. Credersi quanto si crede negli altri - e quando gli altri inizieranno a credere in te, la spirale sarà forse ascendente. Proverò. Saprò dirti. A volte sembra di procedere a carponi nel buio, per tentativi ed errori, botte in faccia, ma più che altro il male maggiore è quello che mi faccio nelle decisioni prese "a priori", dove il fato vuole tutt'altro e tu lo sai e lo temi, e temporeggi.
Duncunt volentem fata, nolentem trahunt.
Sia quel che sia.
(Una corona di zanne ed una spada d'oro.)
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