mercoledì 15 maggio 2013

Rhapsody of a Saint, III



E parlar d'amore è sempre stata una grossa pretesa, perché già parlare sembra hybris e sembra a volte che io non abbia capito niente di questa vita astratta come le rose di maggio ed il canto delle grondaie.

Sto in questa camera dai muri dipinti di mare in secca, una impronta d'energia nell'energia, macchia vaga nell'esistere immenso. C'è una poesia nel sangue e nella dipartita da cui non ci si può affrancare, ed io scrivo per contrastare questo mio istinto di distruzione che - tiranno mordace - ogni tanto si gonfia nella marea, nei vuoti tra le stelle, e minaccia scacco.

Organizzare un discorso sensato in questo momento è una utopia che non mi concedo il lusso di blandire, scrivo per scrivere - belle parole per belle lettere - batto sui tasti senza riflettere e senza correggere, coscienza che non ha senso ed è giusto così. Questo dovrebbe essere un primo post ed io nell'iniziar le cose metto impeto e poca scienza. A volte penso d'esser così in tutto, di proceder per scoppi piuttosto che per passi, astro in cerca del proprio ritmo e la propria fulgente dimensione. Nei giorni migliori eterodosso e ridente, mutevole come le spire rosse della luna, ho occhi psichedelici che malgiudicano la profondità.

Forse è così che dovrei fare - produrre senza riposo valanghe di lettere, e poi per sottrazione, labor limae, lasciar che il filo emerga da sé. C'è qualcosa nella gente che non ho ancora capito, c'è qualcosa nella superficie delle cose che non ho inteso e che m'affascina. Credo che la via giusta sia quella di mezzo, dove l'erba cresce perché non è stata battuta, e che il genio nasce dallo sposalizio di sfere lontane, di ambiti di studio che non si son mai guardati in faccia. Prendete quella bell'anima di Escher, studiò Carpenteria e Pianoforte, disegnare quel che disegnò dovette sembrargli addirittura normale.

C'è qualcosa nei sogni che mi turba profondamente. Il miracolo della creazione, ogni giorno sperimentato e mai rivelato. L'impossibile momento tra la veglia ed il sonno, tra l'incoscienza ed il sogno. Scrivo forse senza grazia, senza il tatto gentile di chi come me le cose le maneggia in punta di dita e s'avvicina in punta di piedi, una volta ne sarei stato capace. Non ho più guanti di seta e acqua nelle vene, ma ossa di giada, e sangue d'un vermiglio che stride e prega alla vita la vita. E bisogna sognare in grande, credersi forti e titani e dei d'una civiltà futura e ciclica. E credere d'aver qualcosa d'offrire a questo mondo dove tutto sembra già stato inventato e già detto. C'è questo pensiero che mi perseguita da qualche mese: Ideare qualcosa, un nuovo codice di colori ad esempio, per far sì che tutto quello che è stato prima venga rivalutato sotto nuova luce. Descrivere un certo arancio (ma non gli altri) come simbolo d'un paradiso indefesso, frenetico, santificherebbe a ragione ogni candela mai accesa, e magari getterebbe da loro un ponte verso chi sa cos'altro, piumaggi esotici o certe scottature da sole. E si intuirebbe il nesso, s'intuirebbero le sotterranee rispondenze che si van cercando.

Un senso questa vita mi riepeto che l'abbia, nonostante l'umidità che filtra nella carne e le foglie che ingialliscono senza un grido, nonostante i dinosauri estinti, le guerre tra paesi e le ripicche tra fratelli.
Il segreto della felicità è la sicurezza in sé stessi, ma come si fa a vivere in un mondo dove ognuno ti mette in discussione? E se tu ti mettessi in discussione non troveresti che nuovi dubbi, ancora, di nuovo, bisogna essere equilibristi e sapersi infrangere sugli scogli senza per questo soffrire. Mettersi in discussione tanto quanto si dubita dell'opinione altrui. Credersi quanto si crede negli altri - e quando gli altri inizieranno a credere in te, la spirale sarà forse ascendente. Proverò. Saprò dirti. A volte sembra di procedere a carponi nel buio, per tentativi ed errori, botte in faccia, ma più che altro il male maggiore è quello che mi faccio nelle decisioni prese "a priori", dove il fato vuole tutt'altro e tu lo sai e lo temi, e temporeggi.
Duncunt volentem fata, nolentem trahunt.

Sia quel che sia.
(Una corona di zanne ed una spada d'oro.)

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